10 Maggio 2012

Il piccione

Spesso una donna non gradisce accompagnare un uomo che decide di curiosare nei negozi specializzati in prodotti informatici e tecnologici, almeno tanto quanto un uomo aggregarsi ad una donna per acquistare borsette e vestiti.

Questo è il motivo per cui stavo guidando la mia auto ed ero da solo.

Il riproduttore casuale mp3 della macchina stava suonando un bel brano molto intenso di Elisa (Distratto) cantato da Francesca Michielin, bella musica ma con un testo non proprio allegro, quando, sulla mezzeria tratteggiata della strada che percorrevo, vedo un piccione nel momento in cui sull'altra corsia arriva una vettura.

Il volatile non è sulla traiettoria e la macchina lo schiva per meno di un metro.

Lui non si muove, resta impassibile.

Guardo nello specchietto, constato che dietro me non c'è nessuno e così sono pronto a frenare nel caso in cui volasse dalla mia parte.

[Chi guida una moto sta molto attento prima di compiere queste manovre perché basta meno di un piccione per ritrovarti  per terra!]

Sopraggiungo, lo affianco per un attimo, ma quanto basta per constatare che non ha un bell'aspetto, pare sofferente e sembra quasi consapevole della fine imminente.

Guardo ancora lo specchietto e lui è sempre lì immobile.

Mi viene in mente mia nonna quando negli ultimi mesi  della sua vita era rassegnata alla sua sofferenza e non vedeva l'ora di andarsene.

Io, ragazzo sano ed entusiasta, non condividevo quel modo di pensare e cercavo di spronarla a parole, ma lei resisteva nella sua convinzione.

I ragazzi dovrebbero sempre avere l'opportunità di conoscere i propri nonni per imparare anche da loro qualche cosa in più del mondo  e i nonni dovrebbero avere la possibilità di interagire con i nipoti per sentirsi utili a qualcuno nel comunicare le loro esperienze.

Lo dico perché io ho avuto questa opportunità e ho sempre ringraziato il Cielo per questo.

La rassegnazione che mi sembra avere percepito in quel piccione mi fa anche riemergere il ricordo di una volta che, per motivi fortunatamente non legati al mio ambito familiare, entrai in un reparto pediatrico oncologico.

Avvenne una trentina di anni fa e fu un'esperienza contemporaneamente devastante e costruttiva.

Qui invece non vidi la rassegnazione al proprio destino, ma ammirai la forza d'animo di questi ragazzini che cercavano la normalità a tutti i costi reagendo con il gioco, con i libri, con la comunicazione verbale  ad una malattia dura e crudele, dura come le cure che venivano praticate perchè in quegli anni non erano ancora così raffinate come oggi e causavano pesantissimi effetti collaterali.

Alcune ragazzine, con un vezzo di femminilità, indossavano un foulard in testa per limitare il danno estetico provocato dalla calvizie temporanea da chemioterapia.

Chi lavora attorno o dentro questi ambienti conosce meglio di me questi argomenti e credo che sarebbe una buona idea frequentare da sani almeno una volta queste realtà, indipendentemente dall'età che abbiamo; sono convinto che saremmo tutti più costruttivi e naturalmente si avvantaggerebbero anche gli ammalati.

A questo punto mi resi conto di essere sprofondato nella tristezza, per cui schiacciai un pulsante sul volante, il riproduttore mp3 cambiò il brano e la musica di David Guetta riempì l'automobile.

In quel momento non mi sentii proprio di Titanio, come dice la canzone, ma la malinconia si attenuò.

Intanto ero arrivato a destinazione, parcheggiai, entrai in un bar del centro commerciale, grandissimo ma sempre pieno zeppo perché serve del buon caffè, anche con tutte le varianti immaginabili.

Mentre sorseggiavo la mia bevanda entrò una donna sulla trentina, pur nella moltitudine ci fu un rapido incrocio di occhi, ma non la conoscevo.

Venne dalla mia parte, era accompagnata da un bel cane di grossa taglia, mi sovrastava di almeno 15 centimetri (tacchi compresi), i leggeri segni lasciati da un'acne sulle guance non limitavano la sua bellezza e il suo ampio decolté mostrava un colore rosso-bruno di chi, uno o due giorni prima, aveva utilizzato con disinvoltura un lettino abbronzante.

Nel frattempo avevo terminato il mio caffè, diedi un grattino alla testa del cane, gli sguardi con lei si incrociarono ancora per un attimo e non trattenni un timido sorriso che fu ricambiato.

La cosa mi fece piacere anche perché constatai che la tristezza se ne era andata definitivamente ed ero ancora in grado di sorridere ricambiato.

PS.

Il pensiero di quel piccione mi rimase in testa e quando ripresi la mia auto, dopo aver guardato i negozi di tecnologia, ripercorsi a ritroso la stessa strada.

Quando raggiunsi il luogo in cui avevo visto l'animale constatai con piacere che era scomparso, riuscendo almeno per questa volta sfuggire alla morte.
 

 
27 Aprile 2012

Qui sul passo del Maloja

Oltre al bel panorama ci sono cose interessanti da osservare qui sul passo.

Il valico è situato sulle Alpi Retiche, in Svizzera, nel cantone dei Grigioni e fa da spartiacque tra il bacino idrico del Mediterraneo e quello del Mar Nero.

Il passo del Maloja collega la Val Bregaglia con la più nota valle Engadina.

Sul lato ovest, dal quale siamo arrivati dall'Italia, c'è la Val Bregaglia che è attraversata dal fiume Mera, un affluente dell'Adda, mentre sul lato est i rigagnoli che scendono dalle cime circostanti, costituiscono le sorgenti del fiume "Eno", in Italiano, ma più noto col nome tedesco di Inn.



Poiché è un affluente del Danubio le sue acque sfoceranno nel Mar Nero dopo avere raccolto, fra le altre, anche le acque dello Spöl che scorre a Livigno (vedi).

In questa parte della Svizzera non si parla né l'Italiano, il Tedesco o il Francese, ma il Romancio, una lingua neolatina che suona come un misto tra l'Italiano, il Tedesco ed alcuni dialetti lombardi piuttosto stretti.

Più si va ad est, maggiormente il suono tedesco diventa dominante.

Il nome della valle deriva dalla frase "Giardino del fiume Inn" che in Romancio viene tradotto in Engiadina o Engadina in italiano.

Una caratteristica del passo del Maloja è quella di essere asimmetrico, nel senso che se dalla parte della val Bregaglia i tornanti salgono ripidi fino alla cima, l'altro versante, l'Engadina, si presenta come una specie di altopiano con una discesa progressiva a bassissima pendenza lunga decine di chilometri.

Questa peculiarità è uno dei motivi che rende la valle molto rinomata.

La sua località principale Sankt Moritz è famosa in tutto il mondo come sede di villeggiatura estiva e invernale.

Il fiume Inn, proprio per il fatto che l'Engadina è una specie di falsopiano, forma dei laghi veramente molto belli e caratteristici già a ridosso del passo stesso.



In pochi chilometri si snocciolano il Lej da Segl (lago di Sils) i due laghi di Silvaplana e il lago di St. Moritz.

Un'altra caratteristica di questa valle è la temperatura.

Se d'estate è fresca, in inverno è veramente glaciale.

Non bastano i 1800 metri di altezza dell'alta Engadina a giustificare il freddo così pungente a questa latitudine, infatti bisogna pensare all'aria fredda che scende dalle pendici delle montagne circostanti dove sono presenti vari ghiacciai e che ristagna nel fondovalle formando un "frigorifero a pozzo", tipo quelli usati nei supermercati per i surgelati che non necessitano di coperchio.



Per fare un esempio tutti ricordiamo l'ondata di freddo che ha colpito l'Italia a cavallo tra gennaio e febbraio scorsi.

In quei giorni, quando a Milano le temperature minime erano sull'ordine dei -10 gradi, in Engadina le massime erano attorno ai -14 e a -27 gradi le minime, quasi come la Finlandia del nord.

Per queste ragioni, dopo la prima rottura meteorologica dell'estate nei giorni precedenti a questo viaggio, qui comparve la prima neve.

Il sole di settembre, ancora molto caldo, l'avrebbe fatta sciogliere in fretta, ma intanto la vista delle neve in anticipo durante una giornata di pieno sole con molta visibilità ci regalò l'immagine di un paesaggio fantastico.

 

 
05 Aprile 2012

A chi legge queste parole

Credo di non aver mai ringraziato per iscritto gli amici presenti in questo sito e i lettori, ma ora sento il desiderio di farlo.

Non c'è una ragione specifica per questo, tantomeno l'idea di congedarmi da G:iovani.

Il pensiero delle persone che ho conosciuto virtualmente qui è una presenza costante nella mia mente, molto più della mia presenza nella chat o dell'essere online.

Considero questa comunità un salottino dove ciascuno può esprimere le proprie idee o raccontare le cose che più gli fanno piacere; in più, la possibilità di inserire elementi multimediali che nel mio caso tipicamente sono fotografie, rende più fluida e gradevole un'eventuale lettura degli scritti.

Ieri notte, mentre ero sveglio per ragioni varie, ripensavo a queste cose.

E' esperienza comune che di notte i cinque sensi sono un po' assopiti e così il cervello, che almeno in parte è sempre attivo, è in grado di metabolizzare le cose, le esperienze o i fatti capitati nella giornata.

Se potessimo paragonare il cervello ad un computer direi che in quella fase lavora in "background" cioè in sottofondo, però l'assenza momentanea di stimoli sensoriali lascia emergere quella parte di coscienza che zampilla come una fonte d'acqua dalla nostra mente e che possiamo parzialmente arginare o decidere di lasciare andare.

La nostra mente è un continuo ribollire di pensieri e così, in altri termini, è come se da un sottofondo di stimoli, sedati in quel momento, emergessero i pensieri come bolle di sapone colorate e di diverse dimensioni che vengono poi trasportate dal vento.

Su questa base stavo pensando a tutte le persone che ho conosciuto finora qui dentro.

Non farò un elenco di nomi, ma mentalmente ho pensato a tutti: da chi mi concesse la prima amicizia e che ora non è più presente qui, alle persone che sono intervenute successivamente.

Con alcune il dialogo è stato più diretto, anche confidenziale e talvolta lo è ancora al punto che per me sono persone di riferimento al cui pensiero tengo molto; altre invece sono entrate e uscite.

C'è chi ha incrociato il mio mondo molto sommessamente e chi si è avvicinato come un coniglio a digiuno in campo di carote.

Con alcuni ho comunicato spesso, ad altri ho lasciato delle tracce del mio passaggio sottoforma di pensieri, commenti alle foto o sul muro.

C'è chi commenta le mie foto, chi i post, chi manda solo gli hermes o i messaggi e chi commenta sul muro.

In questo caso non sto dicendo nulla di nuovo perché queste sono esperienze che, noi tutti iscritti a questo sito, abbiamo in comune.

Ci sono anche coloro che leggono i post senza lasciare traccia perché non sono iscritti o semplicemente perché hanno solo voglia di leggere qualcosa come se si trattasse di un giornale, di una rivista o di un libro.

Penso di avere riassunto tutte le tipologie di persone con cui interagisco e a questo elenco aggiungo anche la redazione, che rende possibile tutto ciò, per poter augurare a tutti  Buona Pasqua, ma soprattutto per condensare quello che ho scritto in una parola sola: grazie.

 

 
30 Marzo 2012

Scatti al passo del Maloja

La sosta all'Acquafraggia fu salutare per vari aspetti.

La passeggiata a piedi per raggiungerle era servita per sgranchirsi le gambe, la vista delle cascate ci aveva regalato entusiasmo e poi eravamo consapevoli di aver bevuto l'ultimo caffè italiano, quindi preparato come Dio comanda, prima di sconfinare :-)

Pochi chilometri dopo entrammo in Svizzera.

La strada della Val Bregaglia è costantemente in salita e sufficientemente larga per guidare rilassati e in sicurezza tranne in un punto, molto caratteristico, dove due rocce cadute chissà quando e appoggiate fra di loro, causano una corta strettoia che transita sotto i massi stessi.

Visti un po' in controluce danno vagamente l'impressione di due rocce che si "baciano" o di due animali che si sfiorano il muso, ciascuno può giudicare guardando la foto.


Poco oltre sulla sinistra si intravvede il castello di Castelmuro, poi incomincia la salita fatta di tornanti che arriva al passo del Maloja.

Se percorrere in moto questi tornanti è fantastico e da soli valgono i circa 150 km da Milano, lo è un po' meno in macchina soprattutto se chi non è al volante ha qualche problema di stomaco.

La strada comunque sale molto rapidamente e si raggiunge la cima del passo a 1800 metri di altezza dove un ampio parcheggio permette una sosta e guardare la valle sottostante a ovest e la parte pianeggiante a est.




 
19 Marzo 2012

Fino all'Acquafragggia

La prossima meta è Garmisch Partenkirchen, Baviera, Germania.

Dopo alcuni anni ci torniamo volentieri per una vacanza di qualche giorno.

E' il 20 settembre 2011, la prima metà del mese è trascorsa con un caldo piuttosto inconsueto per il periodo, poi è arrivata dell'aria fredda che ha fatto precipitare le temperature per qualche giorno e ora i meteorologi prevedono tempo stabile.

Non avendo prenotato nulla, avevamo deciso di aspettare il ritorno della stabilità meteorologica e in funzione di ciò rinviammo il viaggio di qualche giorno.

Eccoci alla partenza, auto, bagagli ed entusiasmo.

Le strade principali da Milano sono due: l'autostrada del Brennero, lo sconfinamento in Austria e poi in Germania, un po' lunga ma veloce, oppure il lago di Como, la val Bregaglia, il Passo del Maloja, l'attraversamento della valle Engadina nei Grigioni in Svizzera, fino all'Austria e poi finalmente in Germania.

Questo, nonostante sia il percorso più corto, è anche quello che richiede maggior tempo, ma l'abbiamo collaudato altre volte, sappiamo cosa troveremo lungo la strada e l'aspettativa è gradevole.

Nessuna autostrada, ma paesaggio a 360 gradi su strade ben tenute che ci accompagneranno fino al tardo pomeriggio, tra una sosta e l'altra, tra un luogo affascinante e l'altro.

Pronti... via!

Milano, Lecco, si attraversa il ponte che guarda sull'Adda a destra e sul lago di Como a sinistra, poi la superstrada, abbondantemente in galleria, fino a Colico.

E' un percorso che ho fatto decine di volte sia in macchina sia in moto, la macchina quasi va da sola, come se sapesse la strada mentre mi distraggo guardando il lago all'uscita delle gallerie.

Il tempo si è rimesso al bello e la giornata è particolarmente asciutta e permette una visibilità non comune.

Il sole alle spalle illumina magistralmente le due sponde lecchesi del lago fino al termine della penisola sulla quale sorge Bellagio e dove si uniscono i due rami del Lago di Como descritti anche da Manzoni ne "I Promessi Sposi", si intravede il conoide di Dervio che si protende nel lago e poi Colico dove termina la superstrada.

La SS 36 sfiora il centro Telespazio a Gera Lario, poi il laghetto di Novate Mezzola.

A Chiavenna si imbocca la Val Bregaglia e si incomincia a salire.

Sono trascorse meno di due ore dall'inizio del viaggio, ma un buon caffè in un chioschetto che conosco fa al caso nostro.

La pausa era preventivata non solo per il caffè, ma anche per muoversi un po'.

Siamo nel comune di Piuro, parcheggiamo e già si scorgono le Cascate dell'Aquafraggia .



Il nome ha un'etimologia latina "Aqua Fracta" per indicare che la cascata supera i 1800 metri complessivi di dislivello in più frazioni.

L'ultimo salto, di qualche decina di metri è visibile dal basso e si presenta come una doppia cascata, una a fianco all'altra.



Le piogge intense dei giorni precedenti le hanno gonfiate parecchio rendendole ancora più spettacolari.



Nel 1984 la regione Lombardia ha dichiarato le cascate dell'Acquafraggia Monumento Naturale.

Le poche centinaia di metri da percorrere a piedi in mezzo al parco sulla riva del torrente, dove solitamente d'estate i turisti si concentrano per pic-nic e passeggiate nel verde, consentono di arrivare ai loro piedi.

Qui si trova una pozza d'acqua formata proprio dalla caduta dell'acqua alla quale ci si riesce avvicinare senza bagnarsi e senza pericolo solo quando le cascate sono relativamente in secca.

 
28 Febbraio 2012

Dopotutto è un piccolo mondo

Quello in cui viviamo dopotutto è un piccolo mondo.

Detta così non è un'affermazione innovativa, anzi sembra proprio una banalità.

Proviamo però a togliere internet che ci permette di dialogare e vedere una persona qualsiasi nella parte opposta del mondo o di acquisire informazioni in tempo reale praticamente su tutto e la telefonia cellulare.

Torniamo per un momento agli anni '60 quando i primi televisori in bianco e nero in Italia incominciavano a fare concorrenza alla Radio, trasmettendo un segnale poco fedele ed esisteva solo un canale.

Viaggiare non era così alla portata di tutti come adesso, sia per la limitazione dei voli che per l'esistenza di una rete stradale contenuta.

Riconsideriamo in quest'ottica la frase iniziale e ci accorgiamo che assume un significato diverso, non solo pioneristico, ma anche futuribile se non fantascientifico.

It's a small world (after all)

E' una delle giostre più famose e ricorrenti nei parchi Disney.



La sua prima esibizione avvenne alla Fiera di New York nel 1964 al padiglione della Pepsi Cola come contributo all'UNICEF e a tutti i bambini del mondo.

L'accompagnamento musicale fu affidato ad  una canzone scritta dai Fratelli Sherman (coautori successivamente di quasi tutta la filmografia disneyana, da Mary Poppins, a Il Libro della Giungla, Gli Aristogatti etc.).

Il titolo del brano è proprio "It's A Small World" ed è cantata da un coro di bambini del mondo come richiamo ad una convivenza pacifica e di fratellanza generale.

Il testo, facile per poter essere tradotto senza difficoltà in tutte le lingue, dice in buona sostanza che nonostante le montagne dividano e gli oceani siano larghi, risate, lacrime, paura e speranze ci accomunano perché dopotutto è un piccolo mondo.

Il consistente successo ottenuto suggerì di riproporre la giostra nel Parco e così nel 1966 venne inaugurata qui a Disneyland.

La giostra rappresenta una fotografia dell'Umanità, quasi una sorta di Ombelico del Mondo, un punto di partenza con il quale si prende atto che i sentimenti sono comuni a tutti gli abitanti del pianeta, nonostante la diversità di situazioni geografiche, condizioni climatiche, usi e costumi.

Dopo essere entrati nel padiglione il percorso in giostra avviene stando seduti su barche spinte dalla corrente di un piccolo fiume artificiale che in circa 15 minuti entrano e percorrono le camere che rappresentano le varie regioni del mondo.



C'è una zona europea costituita da bambole e pupazzi meccanizzati in costume italiano, svizzero e francese, poi una zona asiatica, hawaiana, africana, del Sud-America e poi oceanica e nord-americana.

I pupazzi animati sono sostanzialmente uguali tranne nei vestiti, che sono quelli in uso nelle località rappresentate, così come gli scenari.

Il tema musicale è sempre lo stesso, ma la sonorità cambia  e richiama l'uso della strumentazione e dell'arrangiamento tipico dei luoghi che si stanno vedendo.

L'ambiente finale vede le bambole vestite di bianco per rafforzare l'idea della pace nel mondo e poi si vedono anche sagome rappresentanti cartoline, francobolli e buste di posta aerea.

Non manca neppure un richiamo agli animali, stilizzati per mezzo di un'opportuna potatura degli arbusti nell'area esterna.



E' un'esperienza piacevole, rilassante, costruttiva ed educativa simultaneamente adatta a persone di tutte le età.

Ho trovato su youtube il filmato integrale del percorso.

Pur mancando nelle riprese parte della scenografia, il filmato dà una discreta visione d'insieme dell'ambiente anche se l'emozione di visitare la giostra di persona è molto diversa.

http://www.youtube.com/watch?v=APmHR2bmQgw

 
17 Febbraio 2012

Una parentesi arancione su Disneyland che porta lontano

Nei momenti liberi oppure quando trovo la giusta concentrazione mi piace raccontare e descrivere fotograficamente esperienze ed emozioni capitate durante una vacanza.

Naturalmente in qualche caso, oltre alla memoria, mi affido alla verifica di quanto ho constatato, perché questa è una buona occasione per aggiungere qualche piccolo tassello nell'infinito puzzle della conoscenza.

La stessa cosa mi è capitata nel post precedente quando ho raccontato che nel 1955 Walt Disney realizzò il Parco collocandolo in un ex agrumeto: mi è sembrata la cosa più logica del mondo proprio perché Anaheim (California) è situata nella Contea di Orange, (Orange County)

Forse scritto così non evoca nulla di più, ma se si abbrevia e si pone l'articolo davanti (The O.C.) torna alla mente quella serie di telefilm dei primi anni 2000 la cui trama era incernierata su storie tra ragazzi ambientate proprio nella Contea di Orange.



Il discorso del telefilm però è solo un pensiero collaterale rispetto al fatto che immaginavo che la città di Orange fosse il capoluogo di Contea, invece no, il capoluogo è Santa Ana.

Ok, ne prendo atto restando convinto che la città di Orange deriva il suo nome dalle coltivazioni di limoni, arance e agrumeti tipici di quella zona.

Secondo alcuni è sbagliato anche questo pensiero perché Orange County, che fu costituita alla fine dell'800 dividendo il suo territorio dalla contea di Los Angeles, deriva sì dalla città di Orange, ma il nome di quest'ultima proverrebbe dalla località di Orange situata in Virginia.

Visto che questo luogo si trova poco più a sud di Washington (capitale degli Stati Uniti) e non è particolarmente caldo neppure in estate, a questo punto le arance non c'entrano più.

Continuo a ricercare e scopro che la città fu chiamata così in onore del Principe Guglielmo III d'Inghilterra, vissuto nella seconda metà del ‘600, appartenente alla nobile casata olandese degli Orange-Nassau. (Non dimentichiamo anche che gli Olandesi furono fra i primi a colonizzare l'America)

La casata di Orange-Nassau a sua volta si chiama così perché un tempo erano i  signori di Orange, una città della Provenza (Francia) il cui nome latino era Arausio e che successivamente si sarebbe trasformato in Orange per semplice assonanza.

Un'ultima cosa: la casata di Orange-Nassau non è estinta, anzi l'attuale Regina Beatrice d'Olanda ne è proprio membro e poi: il colore sportivo della Nazionale Olandese è l'arancio, sarà un caso?

Spero di non aver fatto venire il mal di testa a nessuno! ^_^

 

 
30 Gennaio 2012

Disneyland

La giornata era interamente dedicata ad una gita a Disneyland, sufficiente per una visita non approfondita, ma ricca di emozioni, divertimento e di considerazioni.

Questo parco sorge ad Anaheim, nell'area extraurbana di Los Angeles a 50 km dal centro della città.

E' facilmente raggiungibile per mezzo dell'autostrada n°5 (Santa Ana Freeway ) dalla quale, tramite un'apposita uscita autostradale, si accede ai giganteschi parcheggi multipiano.

Il parco venne concepito da Walt Disney come un luogo familiare, dove condurre le proprie figlie per il loro piacere e dentro il quale potesse divertirsi anche lui.

Il progetto era ambizioso, ma a metà del 1955 riuscì a concretizzarne la costruzione collocando le decine di ettari di estensione del parco in un ex campo di agrumi.

Il successo fu immediato e si calcola che da allora più di mezzo miliardo di persone abbiano visitato questo luogo.

In funzione della popolarità raggiunta vennero costruiti altri parchi Disney a Orlando, Tokyo, Parigi (l'unico in Europa) e Hong Kong.

Il complesso è diviso per aree tematiche contenenti principalmente attrazioni di Frontiera, Fantasia, Avventura e Futuriste.

Al suo interno esiste una strada principale, Main Street, che raggiunge una piazza al di là della quale sorge il Castello della Bella Addormentata Nel Bosco.



Questa costruzione è fantastica e particolare, fatta di torrioni e finestre colorate: è proprio l'immagine che ciascuno di noi ha in mente dopo aver visto libri illustrati per bambini o il film "Cenerentola" o "La Bella Addormentata Nel Bosco".

La sua silhouette è un classico e compare in ogni ambientazione visiva in cui si parla di fiabe.

Da notare che mentre qui ad Anaheim il Castello è dedicato alla Bella Addormentata, a Orlando (Florida) è dedicato a Cenerentola.

La differenza fra i due non è sostanziale perché si assomigliano tantissimo, al punto da confonderli facilmente, ma quello che è importante e a volte sfugge, è che Walt Disney, nel riprodurli, si ispirò ad una costruzione esistente davvero e che lo affascinava: il Castello di Neuschwanstein, nelle vicinanze di Füssen in Baviera.



Tornerò su questo argomento in un'altra situazione.

Credere che entrare e visitare il parco Disney sia una cosa esclusiva per bambini e ragazzi è completamente sbagliato.

E' vero che di solito i genitori "giustificano " la loro presenza dicendo che accompagnano i figli, ma l'ambiente è adatto a tutte le età.

Ci si può domandare qual è il filo conduttore che lega l'interesse di un bambino sul passeggino a quello di un adulto e secondo me la risposta è duplice.

Il primo aspetto è che anche gli adulti conservano in sé quella curiosità tipica dei bambini che ti dà piacere nell'imparare, nello scoprire le cose, nello sperimentare e poi c'è il piacere del gioco, del divertimento in generale.

Inoltre se un adulto gradisce anche l'aspetto organizzativo, ad esempio la ferrovia che circonda il parco e che ti permette una visione d'insieme stando comodamente seduto sulla carrozza per riposare un po', o i numerosi chioschi, fontane, panchine, i più giovani apprezzano le emozioni più o meno forti di alcune attrazioni e i più piccoli invece i colori sfavillanti, innaturali, strani e gli effetti sonori.



Non c'è un vero e proprio confine rigido delle preferenze in funzione dell'età o del sesso, anzi tutto si fonde in maniera armonica catturando l'interesse collettivo, garantendo così il successo del luogo.

I fuochi artificiali, che di solito vengono lanciati al termine della giornata, sono un'ulteriore riprova che lo spettacolo accomuna tutte le generazioni.

Disneyland è anche il prototipo moderno degli attuali parchi a tema ormai esistenti un po' dappertutto e quindi possiede anche un valore storico specifico e sebbene ciascun parco attuale sviluppi temi, percorsi, intrattenimenti e logistica propri, non si può disconoscere che le origini hanno luogo proprio qui ad Anaheim.

 
05 Gennaio 2012

Uno scorcio attorno a Los Angeles

Dopo aver scattato qualche foto al West-End Point della  Route 66 attraversiamo la Pacific Coast Highway su un ponte pedonale per raggiungere il molo (pier ) e intanto arriviamo alla spiaggia.

Attraversiamo una larga pista asfaltata dove i ciclisti, cultori di jogging o schettinatori possono percorrere il lungomare per chilometri.

E' incredibile una suggestione segue l'altra: il colpo d'occhio è attratto dalla larghissima spiaggia sulla quale si scorgono le postazioni dei bagnini.

Il pensiero corre naturalmente  alla prima serie dei famosi telefilm "Baywatch", ambientata proprio sulla spiaggia di Santa Monica dove, di volta in volta, Pamela Anderson viveva le sue avventure.

In un angolo sull'arenile vedo un gigantesco rullo schiaccia-sabbia: è in cemento, largo qualche metro e alto almeno un paio.



Immagino che, al traino di un trattore, possa servire per spianare la sabbia, sarà pesante un'esagerazione.

Su un cartello a fianco c'è scritto "Walk on L.A", poi mi avvicino perché sulla sua superficie vedo delle irregolarità, comprendo e mi viene da ridere.

Gli incavi che vedo sulla sua superficie non sono altro che la riproduzione di un ipotetico paesaggio costituito da case, strade, auto e grattacieli; in pratica quando il rullo viene trainato sull'arenile lascia dietro di sé tante piccole costruzioni di sabbia, come se fosse un gigantesco stampo o una serie infinita di formine che con le loro sculture abbelliscono la spiaggia.

Una grande ma divertente americanata!

Intanto molte persone sono in spiaggia al sole, ma pochi nuotano nell'acqua, non tanto per le onde, ma perché l'acqua non è poi così calda nonostante il sole bruciante.

Il Pier invece è stracolmo di visitatori richiamati anche dalle giostre e dai negozietti presenti.



Trascorriamo un po' di tempo guardandoci bene in giro e vivendo con entusiasmo questa escursione.

Una rifocillata veloce e poi di nuovo in macchina.

La giornata è dedicata ai dintorni di Los Angeles così puntiamo in direzione nord lungo la costa pacifica.

Mi torna alla mente la precedente esperienza a San Francisco e dintorni.

Siamo circa a 700 chilometri più a sud, ma la bellezza del paesaggio è simile.

Constato che qui c'è molta più gente, le montagne sul mare sono meno aspre e la natura in generale mi sembra meno selvaggia.

Il viaggio a velocità turistica procede spedito, poi ad un certo punto incontriamo Malibù.

Vediamo delle case costruite attorno all'arenile.

Scendiamo, facciamo una passeggiata per raggiungere una delle spiagge più conosciute però, in tutta franchezza, non trovo il luogo all'altezza delle aspettative, lo scenario è bello, ma senza esagerare.

Probabilmente le cose cambierebbero se salissimo sui colli attorno, alla ricerca delle case di vacanza delle celebrità, ma non è lo scopo del nostro viaggio.

Intanto ammiriamo alcuni surfisti che cavalcano le onde e poi proseguiamo.

Raggiungiamo la vicina Santa Barbara.



Parcheggiamo l'auto per l'ennesima volta e ci incamminiamo verso l'immancabile molo.

Chissà quante cose ci sarebbero da vedere anche qui.

Camminiamo lungo un bellissimo viale ricco di fiori, poi giungiamo ad una bella piazza con una fontana ed una scultura dedicata ai delfini, percorriamo il pier e qui l'occhio vede quello che una macchina fotografica fatica a cogliere: una panoramica della cittadina molto ampia, un lungo viale costiero ornato di palme e le montagne come cornice esterna.



Il tempo però non basta mai ed è meglio tornare a Hollywood prima che faccia notte, anzi pensiamo che cenare là sia una buona idea, non solo per tornare a rivedere la Walk Of Fame di sera dopo una passeggiata a piedi con l'effetto digestivo, ma anche perché abbiamo deciso che l'indomani sarà un'altra giornata intensa: andremo ad Anaheim, a Disneyland.

 

 
21 Dicembre 2011

Da Beverly Hills a Santa Monica

L'idea era stata quella di usare l'auto da Hollywood e raggiungere l'oceano.

L'esperienza di Beverly Hills aveva già caricato di entusiasmo questo breve itinerario quando riprendemmo la macchina.

Pochissime miglia ed eccoci a Bel Air.



Passiamo il varco in auto ed entriamo: qui le strade sono più strette, un po' perché siamo proprio sulle colline e un po' perché ti costringono a moderare la velocità.

Incrociamo uno di quei pullman che trasportano i turisti per mostrare loro dove abita tizio o caio, a bordo la gente fotografa, ma si vede ben poco.



Siepi, giardini immensi e alberi fitti proteggono i VIPs dagli sguardi curiosi, vediamo in giro della vigilanza, è discreta ma presente.

Percorriamo qualche strada guardandoci attorno e poi ci perdiamo.

Visto che nel frattempo nessuno ci ha invitati a bere un caffè :-) facciamo dietro front , raggiungiamo il Santa Monica Boulevard e lo imbocchiamo verso il mare.

I panorami sono piacevoli e in meno di mezz'ora siamo a Santa Monica.

E' ancora tutto un altro mondo.

In basso e in lontananza vediamo prima l'Oceano Pacifico e poi il molo, ci avviciniamo il più possibile e parcheggiamo.



Attraversiamo la strada e un chiosco Visitor Center mette in bella mostra il logo della mitica Route 66, ricordando che quello è proprio il punto di arrivo della leggendaria strada lunga più di 3500 chilometri che collega Chicago con Santa Monica.

Il tracciato originale risale al 1926 e negli anni '30 fu un percorso importante sia per coloro che migravano a ovest sia perché, attraversando 8 stati, permise di sviluppare l'economia tramite lo scambio di merci e di comunicazioni.

Per questa ragione venne battezzata la Main Street d'America.

Attualmente il suo percorso è stato dismesso, ma esiste il suo tracciato storico che in alcuni tratti coincide con strade denominate diversamente e che, nella sua parte terminale, transita proprio lungo il Santa Monica Boulevard fino al West-End Point.

Percorrerla integralmente in moto è uno dei miei sogni nel cassetto, ma va bene anche così, sapere di avere raggiunto una sua estremità mi soddisfa.



 
19 Dicembre 2011

Il trasporto degli animali da macello

Una persona amica mi ha segnalato l'esistenza di un'iniziativa  che si prefigge lo scopo di limitare le sofferenze degli animali che vengono condotti al macello.

Anche se io stesso non sono vegetariano né vegetaliano, penso tuttavia che sia una crudeltà inutile trasportare gli animali per molte ore su autocarri sotto al sole o al freddo, o comunque senza le dovute attenzioni.

E' cosa nota da anni che talvolta non arrivano neppure vivi al macello proprio a causa delle condizioni disumane dovute al trasporto o alle perdite di tempo nelle dogane.

Lo scopo di questa iniziativa è quello di ridurre il tempo di percorrenza degli animali a non più di 8 ore, forse un traguardo non ancora sufficiente, ma già ben apprezzabile visto che attualmente vengono fatti viaggiare anche per giorni interi anche senza nutrimento.

L'organizzazione che cura questa problematica si trova sul sito http://www.8hours.eu/

e si prefigge l'obiettivo di raggiungere 1 milione di firme entro il prossimo 5 gennaio per sensibilizzare i politici dell'Unione Europea.

Aderire è facile: basta inserire nome, indirizzo e mail.

 
05 Dicembre 2011

L'Ombelico del Mondo

Conoscere se stessi è un'impresa tutt'altro che facile.

Richiede una capacità di introspezione notevole e, anche se non fornisce le soluzioni su chi siamo, da dove veniamo e dove andremo, aiuta ad affrontare i duri dislivelli che incontriamo nel corso della vita.

Riuscirci, è un po' come leggere una specie di carta geografica sulla quale sono evidenziati dei tracciati che possiamo decidere di percorrere o meno, con tutte le varianti del caso, per avvicinarsi o arrivare ad una destinazione (di studio, di lavoro, di filosofia di vita, etc) che ci siamo prefissati.

Questi pensieri attraversavano già più di 3000 anni fa le menti degli antichi greci ed erano riflessioni così sentite e profonde che furono incise nella pietra di un tempio sintetizzandole nella frase "Conosci te stesso".

Il concetto venne poi ripreso da Socrate proprio con lo scopo di insegnarci a trovare la verità dentro noi stessi.

Ad una riflessione così rilevante doveva corrispondere un posto altrettanto importante.

La leggenda vuole che Zeus fece volare due aquile che poi atterrarono insieme in un luogo unico che si pensava fosse il Centro del Mondo, o meglio l'Omphalos, l'Ombelico del Mondo.

In questo posto fu eretto il Tempio dedicato ad Apollo.

Attualmente il tempio di Apollo, il Teatro Antico, lo Stadio, il Tempio di Atena ed altre vestigia costituiscono il sito archeologico di Delfi.




 
21 Novembre 2011

La Politica italiana e la Formula 1

Giusto per non essere monotematico e vista la situazione politica attuale della quale in questi giorni ne parliamo tutti, ho pensato anch'io di scrivere (a modo mio:)) su un argomento a me per niente congeniale, la politica ed uno più allettante, la Formula 1.

Quando ho considerato il titolo ho immaginato chi legge pensare: " Cribbio, ma che c'azzecca " come direbbe un buon compromesso tra Berlusconi e Di Pietro "la politica italiana attuale con la Formula 1?"

Ok, fine del "cappello" e andiamo al sodo.

Qualche giorno fa ascoltavo con un orecchio " Nuntereggae Più", hit del 1978 di Rino Gaetano con un testo sempre attuale e il telegiornale dall'altro, mentre avevo appena smesso di dare un'occhiata alla classifica di Formula 1.

Eheh, che forza il multitasking cerebrale!

Poi è sopravvenuta la sintesi e sorridendo un po' ho paragonato le auto da corsa ai nostri partiti.

Poco più di una ventina di auto in corsa e almeno altrettanti partiti (alla faccia del Bipolarismo!).

Le somiglianze però sono già terminate perché le auto sono molto performanti e roboanti, i partiti molto roboanti ma poco performanti.

Il Kers (dispositivo di recupero dell'energia cinetica) e l'Ala Mobile (dispositivo per diminuire il carico aerodinamico) sono così lontani dall'ambiente politico, almeno quanto la mitica Enterprise di Star Trek è lontana dalla Formula 1.

Ad ogni modo la corsa procede, il Gran Premio d'Italia è un traguardo ambìto e naturalmente si svolge a Monza, bellissima città vicinissima a Milano, culturalmente viva e ricca di vestigia, dotata di uno splendido ed esteso parco cittadino che contiene il circuito di Formula 1.

Monza a tutti gli effetti è anche Capitale della Formula 1 italiana e ultimamente, in fase molto accesa di discussione, è sede anche di qualche distaccamento ministeriale situato in quella splendida cornice architettonica e scenografica che è Villa Reale.

La corsa procede ma si sa che Monza è tra le piste più veloci al mondo e così il pilota della vettura in testa, che sta correndo talmente tanto da lasciare gli altri indietro ad azzuffarsi nella mischia, si distrae un po' troppo guardando le bellissime fanciulle che popolano i lati della pista e del Paddock.

La macchina incomincia ad avere problemi di tenuta e di struttura, finchè incominciano i CASINI e pezzi di carbonio FINI si staccano cadendo al suolo e forando le gomme.

Segue un incidente di massa (non Massa, il povero Felipe, come la massa, non ha colpa ma è quasi sempre vittima) ed entra la Safety Car con i suoi lampeggianti gialli che indicano pericolo.

Chissà, forse è per questo che in Italia nessun partito uso il solo colore giallo, gli Italiani starebbero in guardia:).

Le auto approfittano per andare ai box a sostituire i pezzi che hanno perso e si rifanno anche il look (anche l'occhio vuole la sua parte:)), poi tornano in pista e si accodano dietro la Safety Car, che è una macchina tecnica e non da corsa, mentre i commissari di gara sgombrano la pista dalle macerie.

Intanto le vetture dietro scalpitano e si spostano a destra e sinistra per tenere calde le gomme.

Sanno che fra pochi giri i lampeggianti si spegneranno, la gara continuerà e solo allora potranno cercare di sorpassarsi.

Resta da chiedersi chi vincerà.

Personalmente ho l'impressione che gli italiani Liuzzi e Trulli, che sono sempre nel fondo classifica, non hanno molte chance, la Rossa di Maranello, a parte il povero Massa, è guidata da uno spagnolo, mah e poi dopo le ultime elezioni spagnole...

I piloti francesi li immagino meglio guidare le Limousine.

Vedo bene in testa i tedeschi.

Il "vecchio" Michael Schumacher ha ancora la sua da dire, anche se Sebastian Vettel è il suo erede più logico.

Insomma stiamo parlando di due pluricampioni del mondo, mica noccioline!

Vabbè, chi vivrà vedrà e intanto prepariamoci.

Arrivederci, anzi

Auf Wiedersehen

^_^

 
11 Novembre 2011

Beverly Hills - Il sogno continua

Soggiornando alcuni giorni a Los Angeles, penso che la scelta di un albergo a Hollywood sia un'idea azzeccata: lo speravo prima della partenza e ne sono convinto anche ora a maggior ragione.

Hollywood è Los Angeles, o meglio è un suo distretto collocato nella parte nord, a ridosso delle montagne.

Si trova a quasi una trentina di chilometri dall'aeroporto ed entrambi sono collocati all'interno del tessuto urbano.

Non è particolarmente difficile arrivarci a patto di essere abituati a guidare un po'nel traffico ed avere un minimo di senso di orientamento.

Le strade principali sono l'Hollywood Boulevard, il Sunset  e il Santa Monica Boulevard.

Se la parte turisticamente significativa dell'Hollywood Boulevard si può percorre a piedi, per gli altri due è indispensabile la macchina.

Mentre guido la suggestione continua perché il Sunset Boulevard è celebre soprattutto per via dell'omonimo film del 1950 (in italiano Viale Del Tramonto), pluri-oscar.

E' un viale lunghissimo e trafficato ornato da alte palme, sede di numerosi alberghi turistici, negozi e residenze.

Pochi minuti di auto in direzione Oceano e ci troviamo a Beverly Hills, una foto allo stemma che indica l'ingresso della località e poi dentro a farci un giro.




I viali sono fantastici.

Le palme che li contornano sembrano poste lì da sapienti scenografi tanto sono alte, perfette e curate, mi viene il dubbio che sia un set cinematografico, invece è la realtà locale.

Un macchinone astronomico scuro, targato "California DIVA35", mi insinua un dubbio: "sarà un falso o apparterrà a qualche celebrità?"

Visto il contesto propendo per la seconda ipotesi.

Continuiamo a percorrere lentamente i viali finchè incrociamo Rodeo Drive.

Caspita, non la si può certamente ignorare.

E' la strada delle "griffe", l'equivalente di via Montenapoleone a Milano o via Condotti a Roma.

Eh sì, ci sono proprio tutti, in particolar modo gli italiani.

Parcheggiamo, una passeggiata giusto per GUARDARE qualche vetrina: si susseguono Roberto Cavalli, Yves Saint Laurent, Prada, Gucci, Dior, Bulgari, Ferragamo, Zegna, Chanel, Dolce & Gabbana, Valentino, Versace, Fendi, Cartier, Dior, Tiffany... insomma ci siamo capiti anche senza elencarli tutti, eheh.

Mi viene in mente Pretty Woman con Richard Gere e Julia Roberts, non sarebbe male incontrarla qui e vederla dal vivo.

No la fantasia resta tale però, percorrendo Rodeo Drive, arriviamo all'incrocio con Wilshire Boulevard dove si manifesta il Beverly Wilshire Hotel, la location dove nel film Vivian (Julia Roberts) recita degli spassosissimi dialoghi con l'hotel Manager interpretato dall'attore  Hector Elizondo.



E' vero, come ho già scritto, che a Hollywood sanno farti sognare, ma ora si torna con i piedi per terra, o meglio in macchina e continuiamo il percorso.

 
28 Ottobre 2011

L'occhio dell'alba

Capitolo 13 di 13

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Il mattino seguente fortunatamente si presentò con un'altra giornata di sereno.

La temperatura sempre inferiore ai 20 gradi sottozero condizionava le attività umane.

Nel parcheggio vicino all'albergo le auto erano dotate di una specie di "cordone ombelicale elettrico" che le collegava alla più vicina colonnina elettrica allo scopo di tenere in caldo gli organi vitali dell'auto e consentirne la messa in moto.

La cosa che mi divertì fu quando tornai sulla riva del fiume: vidi uno spettacolo apparentemente normale, ma ripensandoci lo trovai bizzarro: la nebbia.

Tutti conosciamo la nebbia, è causata dalla differenza di temperatura e di umidità fra masse d'aria diverse, ma se l'acqua del fiume era sotto lo zero termico perché lastre di ghiaccio e neve ricoprivano quasi l'intera superficie, quanta umidità poteva ancora evaporare dall'acqua?

La risposta era lì, facile ed intuitiva: i circa 20 gradi di differenza tra aria e acqua erano sufficienti a fare condensare la pochissima umidità raccolta dall'aria sopra il fiume sottoforma di microscopici aghi di ghiaccio.

Poi con un po' di sole il fenomeno svanì quasi completamente e il paesaggio si illuminò con i colori della luce artica che mettevano in contrasto le tinte calde del sole con il paesaggio bianco e gelido dell'ambiente.

La vacanza stava terminando, ma restavano ancora alcune ore da dedicare agli acquisti e a "congelare" quella luce speciale tipica di questi luoghi nei giorni attorno a Capodanno per mezzo della fotografia.

Ecco credo che la conclusione migliore dei racconti sul viaggio a Rovaniemi sia proprio la visualizzazione dei colori e del paesaggio, un'ultima emozione prima archiviare questa esperienza.






Nota

Con questo post ho concluso il racconto di un viaggio che mi ha particolarmente emozionato e divertito.

Ho scritto questa narrazione in ordine cronologico scrivendo un post alla volta e alla fine sono usciti 13 capitoli che attualmente sono un po' sparsi nel blog.

Chi fosse interessato a leggere tutto l'insieme potrà richiamare l'esposizione completa cercando la tag "Rovaniemi"

o cliccando sui link che ho inserito nei vari brani.

Le fotografie invece si trovano a questo indirizzo 

Al di là del racconto e del mio piacere di averlo scritto, forse potrà essere utile a chi desidera progettare un'esperienza di questo tipo.

In ultimo, cosa più importante, grazie a coloro che hanno letto e commentato.

Un simpatico saluto a tutti ^_^


Icio

 
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